La dinamica retributiva e il ruolo dell’imposta sul reddito delle persone fisiche
di Stefano Boscolo, Corrado Pollastri e Lorenzo Toffoli
21 luglio 2026 | La Nota di lavoro si concentra sulla dinamica delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti privati in Italia dagli anni Novanta a oggi e analizza il ruolo delle riforme dell’Irpef nel sostenere le retribuzioni nette e mitigarne la disuguaglianza.
L’Italia ha registrato una dinamica delle retribuzioni particolarmente debole nel confronto internazionale. Secondo i dati dell’OCSE, tra il 1990 e il 2024 le retribuzioni lorde reali per dipendente a tempo pieno equivalente sono diminuite dell’1,6 per cento, mentre negli altri principali paesi avanzati sono cresciute significativamente. Alla modesta dinamica salariale si è affiancata la crescita del lavoro a tempo parziale che ha contribuito alla riduzione delle retribuzioni annuali e all’aumento della loro dispersione. In questo contesto, le riforme dell’Irpef introdotte dagli anni Duemila, e in particolare dal 2014, hanno progressivamente rafforzato il sostegno ai redditi da lavoro dipendente di importo contenuto, accrescendo la funzione redistributiva dell’imposta su questo insieme di contribuenti.
L’analisi utilizza il campione longitudinale LOSaI dell’INPS, che contiene informazioni dettagliate sulle carriere lavorative e sulle retribuzioni dei dipendenti privati nel periodo 1990-2018. Il dataset finale comprende circa 4,8 milioni di osservazioni relative a oltre 460.000 lavoratori non dirigenti. Per estendere l’analisi al periodo 2019-2026, le retribuzioni sono state aggiornate applicando gli incrementi contrattuali per settore e qualifica professionale, mantenendo invariata la composizione della popolazione, al fine di isolare gli effetti delle più recenti riforme fiscali.
I dati LOSaI confermano il declino delle retribuzioni lorde reali nel settore privato: tra il 1990 e il 2026 la retribuzione media si riduce del 6,6 per cento. La contrazione interessa soprattutto la parte bassa della distribuzione, dove il decimo percentile registra una diminuzione del 40,8 per cento, mentre il novantesimo percentile evidenzia un incremento del 3,3 per cento. Dopo il 2021, l’accelerazione dell’inflazione ha determinato un ulteriore calo del potere d’acquisto lungo l’intera distribuzione delle retribuzioni. Si evidenzia inoltre una crescente segmentazione del mercato del lavoro italiano lungo tre dimensioni: settore di attività, tipologia contrattuale e qualifica professionale. Sul piano settoriale, tra il 1990 e il 2026 le retribuzioni lorde reali aumentano del 16,5 per cento nell’industria e nelle costruzioni, mentre diminuiscono del 20,9 per cento nei servizi. Persistono inoltre ampi divari tra lavoratori a tempo pieno e a tempo parziale e tra impiegati e operai, con questi ultimi che registrano gli andamenti retributivi meno favorevoli. La sovrapposizione di tali fattori ha contribuito ad accentuare la disuguaglianza salariale nel periodo considerato.
Nello stesso arco temporale, l’Irpef sui redditi da lavoro dipendente subisce una profonda trasformazione. Le riforme hanno progressivamente ridotto il prelievo sui redditi bassi e medi, soprattutto a partire dall’introduzione del bonus Irpef nel 2014 e con la riforma del 2025, che ha incorporato gli sgravi contributivi nella struttura dell’imposta. Al contrario, per i redditi più elevati il carico fiscale effettivo è aumentato, principalmente per effetto del drenaggio fiscale, dovuto alla mancata indicizzazione all’inflazione degli scaglioni di reddito e degli altri parametri monetari dell’imposta. La soglia che separa i due effetti è pari a circa 35.100 euro annui a prezzi 2026: al di sotto di tale livello il sistema del 2026 risulta più favorevole rispetto a quello del 1990, mentre al di sopra risulta più oneroso (fig. 1). Nello stesso periodo è inoltre aumentata la presenza di lavoratori nelle fasce di reddito più basse, soprattutto per effetto della diffusione del lavoro a tempo parziale.

Le modifiche all’Irpef si riflettono nell’evoluzione dei redditi netti da lavoro dipendente. Si riducono i divari tra i diversi segmenti di lavoratori nel passaggio dai redditi lordi a quelli netti, comprimendo la dispersione. Tuttavia, pur controbilanciando alcuni divari, come quelli tra operai e impiegati a tempo pieno, l’imposta non cancella le disuguaglianze generate dal mercato del lavoro.
L’incremento dell’effetto redistributivo dell’Irpef emerge anche dagli indicatori sintetici di disuguaglianza. Tra il 1990 e il 2026, mentre il coefficiente di Gini dei redditi lordi da lavoro dipendente privato aumenta da 0,330 a 0,403, quello dei redditi netti cresce in maniera più contenuta, da 0,302 a 0,338. Di conseguenza, l’indice di redistribuzione – dato dalla loro differenza – raddoppia, passando da 0,028 a 0,065 (fig. 2).

Per comprendere le determinanti dell’aumento della capacità redistributiva dell’Irpef nel periodo 1990-2026, si identificano quattro fattori: i) le riforme fiscali rivolte ai redditi bassi e medi (inferiori o uguali alla soglia di 35.100 euro a prezzi 2026); ii) le riforme fiscali che interessano i redditi più elevati (superiori alla soglia); iii) il drenaggio fiscale dovuto alla mancata indicizzazione dei parametri dell’imposta; iv) le trasformazioni della distribuzione dei redditi e della composizione della forza lavoro non imputabili al drenaggio fiscale, legate soprattutto alla diffusione del lavoro a tempo parziale. Gli effetti dei fattori sono stimati mediante simulazioni controfattuali, realizzate attraverso un esercizio di microsimulazione fiscale, consentendo di isolare il contributo delle singole componenti mantenendo costanti gli altri fattori. In questo modo è possibile distinguere l’impatto delle modifiche normative da quello esercitato dall’inflazione e dai cambiamenti del mercato del lavoro.
Come noto in letteratura, la redistribuzione operata dall’imposta dipende dalla progressività (misurata dall’indice di Kakwani) e dal livello del prelievo (misurato dall’indice di pressione, funzione dell’aliquota media). A parità di progressività, un’imposta con aliquota media più elevata redistribuisce di più; a parità di aliquota media, un’imposta più progressiva è più redistributiva. Nell’effetto di ciascun fattore sulla variazione della capacità redistributiva si distinguono dunque due componenti, riferite rispettivamente alla progressività e all’aliquota media.
Questa scomposizione viene replicata per ogni coppia di anni nell’intervallo considerato (1990-91, 1991-92, e così via fino al 2026). Grazie alla struttura adottata si garantisce un’additività degli effetti nel tempo, per cui l’intera variazione della capacità redistributiva nel periodo 1990-2026 è scomponibile nella somma degli effetti dei singoli fattori su progressività e aliquota media per ogni coppia di anni.
Si mostra che l’aumento della redistribuzione nel periodo 1990-2026 è dovuto principalmente alle riforme rivolte ai redditi bassi e medi, responsabili del 115,8 per cento dell’incremento complessivo. Le modifiche riguardanti i redditi più elevati hanno invece ridotto la capacità redistributiva del 36,7 per cento, mentre il drenaggio fiscale e i cambiamenti nella distribuzione dei redditi hanno contribuito positivamente, rispettivamente per il 7,4 e il 13,5 per cento. Nel complesso, le riforme fiscali spiegano circa l’80 per cento dell’aumento della capacità redistributiva osservato nel periodo (fig. 3).
L’aumento della redistribuzione è stato trainato soprattutto dal rafforzamento della progressività dell’imposta. L’indice di progressività di Kakwani passa infatti da 0,131 a 0,396 e, da solo, spiega circa il 152,4 per cento della variazione complessiva dell’effetto redistributivo. Tale incremento è stato in parte compensato dalla riduzione dell’aliquota media, conseguente agli sgravi introdotti nel tempo, che ha attenuato la crescita della redistribuzione pur sostenendo il reddito disponibile dei lavoratori. Le riforme rivolte ai redditi bassi e medi hanno agito principalmente aumentando la progressività dell’Irpef e riducendo il carico fiscale su tali contribuenti. Gli interventi destinati ai redditi più elevati, invece, hanno ridotto sia la progressività sia l’aliquota media, determinando nel complesso un contributo negativo alla capacità redistributiva. Il drenaggio fiscale ha prodotto effetti opposti sulle due componenti: ha accresciuto l’aliquota media ma ha ridotto la progressività, con un effetto netto positivo ma di entità limitata. Anche le trasformazioni del mercato del lavoro hanno contribuito ad accrescere la capacità redistributiva del sistema. La diffusione del lavoro a tempo parziale e il conseguente aumento della quota di lavoratori nelle fasce di reddito più basse hanno ampliato la platea dei beneficiari delle misure di sostegno fiscale. In un sistema progressivo, infatti, la crescita della quota di contribuenti a basso reddito determina, a parità di normativa, un aumento meccanico dell’effetto redistributivo dell’imposta.

La scomposizione sulle variazioni annuali consente di identificare gli effetti dei diversi fattori nel tempo e di aggregare così il contributo per singola legislatura. L’incremento della capacità redistributiva si concentra soprattutto nella XVII Legislatura (2014-18), con l’introduzione del bonus Irpef, che spiega circa il 39 per cento della variazione complessiva, e nella XIX Legislatura (2023-26), cui è attribuibile un ulteriore 26 per cento grazie agli interventi rivolti ai redditi bassi e medi, tra i quali la trasposizione nell’Irpef degli sgravi contributivi. Un contributo più contenuto (14 per cento) si registra nella XIV Legislatura (2002-06).
L’analisi mostra, dunque, che l’Irpef ha svolto un ruolo crescente nel compensare la dispersione dei redditi lordi da lavoro dipendente, ma non consente di stabilire il nesso causale tra dinamiche salariali e riforme fiscali. Dal punto di vista teorico, non è possibile escludere l’esistenza di effetti circolari: la disponibilità di strumenti fiscali di sostegno ai redditi più bassi potrebbe aver influenzato le dinamiche salariali attraverso canali indiretti, ad esempio riducendo la pressione negoziale. Politiche fiscali accomodanti e moderazione salariale potrebbero quindi aver operato come componenti di un equilibrio implicito tra gli attori del mercato del lavoro.
I risultati evidenziano inoltre alcuni profili di criticità dell’attuale modello redistributivo. Il rafforzamento della progressività è stato ottenuto soprattutto riducendo il prelievo sui redditi bassi e medi e concentrando il carico fiscale sui redditi medio-alti, con possibili effetti sugli incentivi al lavoro qualificato e una maggiore esposizione del sistema agli effetti del drenaggio fiscale. Sono aumentate inoltre le differenze di trattamento tra lavoratori dipendenti e altre categorie di contribuenti, quali autonomi e pensionati. L’evoluzione dell’Irpef rappresenta, pertanto, una risposta ex post alla crescente dispersione dei redditi, ma non affronta le cause strutturali della stagnazione salariale e della precarizzazione del lavoro.
Queste considerazioni suggeriscono che il modello redistributivo attuale potrebbe aver raggiunto i propri limiti. Ulteriori segnali in tal senso emergono dalle dinamiche più recenti. Da un lato, il drenaggio fiscale, finora trascurato dagli interventi di policy, potrebbe riproporsi con rinnovata intensità nel contesto inflazionistico aperto dalla nuova crisi geopolitica. Dall’altro, il ricorso a regimi sostitutivi per gli incrementi retributivi derivanti dai rinnovi contrattuali disposto dalla legge di bilancio per il 2026, rivela un’incoerenza del sistema: il prelievo sugli incrementi retributivi è oggi sensibilmente superiore a quello che grava sul reddito già percepito, al punto che si è scelto di sottrarre tali incrementi al regime ordinario per non vanificare gli effetti dei rinnovi contrattuali. Ulteriori incrementi della redistribuzione richiederebbero presumibilmente interventi complementari, quali la revisione dei regimi agevolati che sottraggono base imponibile al sistema ordinario, l’allargamento della base imponibile attraverso il contrasto all’evasione fiscale e politiche strutturali volte a contrastare la stagnazione salariale e la precarizzazione del lavoro, eventualmente affiancate da strumenti di sostegno al reddito operanti dal lato della spesa.