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Audizione nell’ambito dell’esame degli atti della UE in materia di Quadro finanziario pluriennale 2028-2034

UpB - Audizione sugli effetti economici e sociali

17 giugno 2026 | Il 16 luglio 2025 la Commissione europea ha presentato il pacchetto legislativo per il Quadro finanziario pluriennale 2028-2034 (QFP 2028-2034) che individua come temi prioritari la competitività, la difesa, la sicurezza e la migrazione, accanto agli obiettivi tradizionali del bilancio europeo (coesione territoriale e agricoltura). La proposta fissa una dotazione complessiva di 1.984,9 miliardi a prezzi correnti (1.763,1 miliardi a prezzi 2025) in stanziamenti di impegno, pari all’1,26 per cento del reddito nazionale lordo (RNL) della UE, rispetto all’1,13 del QFP 2021-27. Di tale ammontare, 168 miliardi a prezzi correnti (149,3 miliardi a prezzi 2025) sono destinati al rimborso del debito contratto per le sovvenzioni del programma NextGenerationEU (NGEU). Al netto di quest’ultima componente, il bilancio proposto equivale all’1,15 per cento dell’RNL della UE. Quindi, gran parte dell’incremento proposto non si traduce in nuova capacità di spesa ma serve a coprire i costi di rimborso del debito NGEU.

La proposta comporta una profonda riorganizzazione dell’architettura di bilancio, con una razionalizzazione delle rubriche di spesa, dei programmi e degli strumenti speciali e distingue più chiaramente le politiche a gestione concorrente (ovvero gestiti congiuntamente dalla Commissione e dagli Stati membri) dai programmi relativi ai beni pubblici europei a gestione centralizzata da parte della UE. Nella proposta di QFP 2028-2034, le rubriche sono quattro: rubrica I (coesione, agricoltura e migrazione), rubrica II (competitività), rubrica III (Europa globale) e rubrica IV (amministrazione). Le risorse preassegnate agli Stati membri confluiscono nella nuova rubrica I che raccoglie i 14 fondi attualmente distinti (che includono, ad esempio, la coesione, l’agricoltura, la pesca, la migrazione e la sicurezza interna), oltre ai rimborsi del debito contratto per finanziare le sovvenzioni NGEU. Tali fondi vengono ricondotti a un unico strumento di programmazione, i Piani di partenariato nazionale e regionale (PPNR), gestiti secondo un approccio basato sulla performance per cui l’erogazione è subordinata al conseguimento di traguardi e obiettivi anziché all’avanzamento finanziario, sul modello del Dispositivo per la ripresa e la resilienza (Recovery and resilience fund, RRF).

Nella risoluzione del 28 aprile 2026 il Parlamento europeo chiede di modificare la proposta incrementando le risorse di circa il 10 per cento, collocando il rimborso del debito contratto per finanziare le sovvenzioni NGEU al di sopra dei massimali tramite uno strumento speciale tematico dedicato, così da portare la dotazione complessiva del bilancio pluriennale all’1,38 per cento dell’RNL. Secondo il Parlamento europeo, l’aumento sarebbe ripartito in misura uniforme tra le tre rubriche tematiche, lasciando invariata la dotazione per il funzionamento delle istituzioni dell’Unione, anche al fine di preservare la capacità finanziaria della politica di coesione e dell’agricoltura.

Il confronto funzionale tra i due quadri finanziari mostra una significativa riallocazione delle risorse con una riduzione del peso dei programmi a gestione concorrente a favore di quelli a gestione diretta o indiretta della Commissione. Al netto del rimborso NGEU, la quota di bilancio della rubrica I scende dal 67,3 al 49,4 per cento, mentre quella della rubrica II sale dal 16,6 al 32,4 per cento; la rubrica III cresce dal 9,3 all’11,8 per cento e la rubrica IV resta sostanzialmente stabile. Nel complesso la proposta della Commissione sposta circa un sesto del bilancio dalla rubrica I, attuata prevalentemente in gestione condivisa con gli Stati membri, alla rubrica II, incentrata su competitività, difesa e ricerca.

La rubrica I (coesione, agricoltura e migrazione) resta la voce più rilevante ma, al netto del rimborso del debito NGEU, i suoi programmi registrano una contrazione in termini reali rispetto al QFP 2021-2027. All’interno della rubrica si registrano riduzioni per i programmi destinati all’agricoltura e pesca (-11,5 per cento) e alla coesione (-13,8 per cento), mentre migrazione e gestione delle frontiere aumentano sensibilmente. Il Fondo sociale europeo plus (FSE+) è ricondotto nei PPNR, con una quota minima del 14 per cento destinata agli obiettivi sociali della UE.

La rubrica II (competitività) quasi raddoppia il proprio peso sul bilancio grazie soprattutto al nuovo Fondo europeo per la competitività. I programmi di questa rubrica operano quasi integralmente in gestione diretta e indiretta da parte della Commissione tramite bandi competitivi senza assegnazione geografica predefinita. Ciò potrebbe avere implicazioni redistributive, favorendo gli Stati membri con maggiore capacità amministrativa. La Corte dei conti europea ha sottolineato che l’aumento delle risorse potrebbe richiedere misure di accompagnamento per garantire un assorbimento adeguato da parte di tutti gli Stati membri.

Per l’Italia, come per la maggioranza degli Stati membri beneficiari, si può stimare una riduzione in termini reali delle risorse pre-assegnate per le funzioni tradizionali delle politiche dell’Unione. Stime preliminari dell’UPB indicano che, per l’Italia, le risorse complessivamente preassegnate relative a sostegno al reddito agricolo, coesione e migrazione si ridurrebbero da 81,7 miliardi nel QFP 2021-2027 a 72,3 nella proposta di QFP 2028-2034, a prezzi costanti 2025, con una flessione di circa il 12 per cento. Tale dinamica risulterebbe sostanzialmente in linea con quella stimata per altri grandi Stati membri beneficiari di queste politiche, in particolare Francia e Spagna. Per l’Italia, la sola componente minima per il sostegno al reddito agricolo mostrerebbe una riduzione contenuta, da 28,5 a 27,6 miliardi a prezzi 2025, pari a circa il 3 per cento, a fronte di una contrazione media della UE di circa il 10 per cento.

Secondo la Commissione europea l’attuale sistema delle risorse proprie rischia di non essere più sostenibile nel lungo periodo. Esso dovrebbe garantire, senza determinare tagli dei programmi o aumenti eccessivi dei contributi nazionali basati sul RNL, sia il finanziamento delle accresciute esigenze in ambiti chiave quali la transizione energetica e digitale, la gestione comune della difesa e della sicurezza e la competitività, sia il rimborso dei prestiti NGEU.

Nella proposta di Decisione del Consiglio della UE relativa al sistema delle risorse proprie ne ha dunque proposto una revisione che prevede sia alcuni aggiustamenti della disciplina delle risorse esistenti, sia l’introduzione di cinque nuove risorse proprie.

La Commissione europea propone le seguenti modifiche all’attuale sistema delle risorse proprie: 1) la riduzione delle entrate da dazi doganali trattenute dagli Stati membri quali oneri di riscossione; 2) l’abolizione del valore minimo dei beni per la riscossione dei dazi doganali; 3) l’inclusione tra le risorse proprie tradizionali di una tassa doganale per l’immissione nel mercato interno dei beni venduti con commercio elettronico; 4) l’eliminazione del livellamento in base al quale la base imponibile di riferimento per la risorsa IVA non può superare il 50 per cento del RNL di ciascuno Stato membro; 5) l’aumento del prelievo sul peso dei rifiuti da imballi di plastica non riciclati dagli Stati membri. Infine, non verrebbero riconfermate le riduzioni forfettarie (cosiddetti rebates) di cui sono beneficiari alcuni Stati membri con riferimento alla risorse proprie basate sul RNL e sui rifiuti da imballi di plastica non riciclati.

La proposta include cinque nuove risorse proprie: una collegata al sistema europeo di scambio delle quote di emissioni di gas serra (Emissions Trading System, ETS; da cui la Commissione europea stima di incassare 9,6 miliardi l’anno); un’altra connessa con un meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (Carbon Border Adjustment Mechanism, CBAM; 1,4 miliardi annui); un prelievo sulle quantità di apparecchiature elettriche ed elettroniche non raccolte (15 miliardi annui); un’accisa sul tabacco (Tobacco Excise Duty Own Resource, TEDOR; 11,2 miliardi annui); un prelievo societario europeo (Corporate Resource for Europe, CORE; 6,8 miliardi annui). Il nuovo sistema di finanziamento del bilancio UE si baserebbe, pertanto, su nove categorie di risorse proprie.

L’impatto finanziario complessivo del nuovo sistema, aggiuntivo rispetto a quello vigente, è valutato dalla Commissione in 58,2 miliardi in media ogni anno (a prezzi del 2025) per tutto il periodo di vigenza del QFP 2028-2034, di cui 43,9 derivanti dalle cinque nuove risorse proprie.

Coerentemente con il principio del pareggio del bilancio della UE, le passività devono essere interamente coperte dalle risorse proprie. Non è previsto il ricorso al debito quale fonte addizionale di finanziamento. La nuova Decisione sulle risorse proprie ne fissa anche i massimali in percentuale del RNL del complesso degli Stati membri: 1,75 per cento per gli stanziamenti annuali di pagamento e 1,81 per cento per gli stanziamenti di impegno. Inoltre, prevede un aumento degli stessi di massimo 0,25 punti percentuali per poter onorare gli ulteriori eventuali impegni finanziari assunti sui mercati, seppure in via straordinaria e temporanea, a causa di periodi di grave crisi.

L’introduzione di nuove risorse proprie e il rafforzamento di quelle vigenti non varia le dimensioni del bilancio, riducendo corrispondentemente le contribuzioni degli Stati membri sulla base del loro RNL – la risorsa di bilanciamento tra entrate e spese – che ha rappresentato, storicamente, la principale fonte di finanziamento del bilancio UE. Tuttavia, determina una redistribuzione degli oneri all’interno dell’Unione in virtù della diversa distribuzione delle basi imponibili. Infine, il rispetto del principio del pareggio di bilancio implica un tradeoff sia tra le diverse tipologie di risorse proprie sia tra queste e gli obiettivi strategici perseguiti dalla UE.

Fatta eccezione per la CORE, versata direttamente dalle imprese in relazione al loro fatturato, le altre nuove risorse proprie proposte – così come quelle vigenti – assumono la forma di contributi nazionali imputati ai bilanci degli Stati membri e non si configurano, pertanto, come fonti autonome di finanziamento per la UE. Questo potrebbe continuare ad alimentare la logica dei saldi netti da parte degli Stati membri all’origine dell’introduzione delle riduzioni forfettarie che contribuiscono ad aumentare il grado di complessità e a ridurre la trasparenza del bilancio della UE.

La proposta di Decisione appare comunque apprezzabile nella misura in cui tenta di muoversi nella direzione di una maggiore capacità impositiva della UE attraverso l’introduzione della CORE, che tuttavia presenta alcuni limiti.

La CORE è un contributo forfettario annuo a carico delle grandi imprese operanti nel territorio della UE, ossia società residenti e stabili organizzazioni di società non residenti con ricavi netti superiori a 100 milioni di euro. È definito in misura fissa all’interno di quattro classi di ricavo: 100.000 euro per ricavi compresi tra 100 e 249,99 milioni; 250.000 euro per ricavi tra 250 e 499,99 milioni; 500.000 euro per ricavi tra 500 e 749,99 milioni; 750.000 euro per ricavi superiori. Questo implica che all’interno di ciascuna classe l’aliquota effettiva diminuisce all’aumentare del fatturato.

La Commissione europea stima un gettito medio annuo di circa 6,8 miliardi di euro nel periodo 2028-2034, pari all’11,7 per cento del totale delle nuove risorse proprie previste. Sulla base dei dati disponibili si può stimare che, in media, nel triennio 2022-24 il 28,3 per cento del totale delle società presenti nella UE sarebbero rientrate nel perimetro applicativo della CORE, con un gettito stimato di circa 6,3 miliardi annui. Il contributo presenta una forte concentrazione geografica: Francia e Germania coprirebbero insieme oltre il 33 per cento del totale, mentre Italia e Spagna aggiungerebbero un ulteriore 20 per cento.

In Italia, sulla base del modello MEDITA dell’UPB e con riferimento al triennio 2022-24, le società soggette alla CORE sarebbero lo 0,3 per cento del totale delle società di capitali e l’11,3 per cento della platea complessiva europea. Il contributo italiano è stimato pari al 10,7 per cento del gettito totale europeo e allo 0,03 per cento del PIL nazionale. Il settore manifatturiero risulta il più coinvolto, con il 42 per cento dei soggetti potenzialmente interessati e il 39 per cento del gettito stimato, seguito dal commercio. Tuttavia, è il settore dei servizi di pubblica utilità, pur con una platea più ristretta, a sostenere il contributo medio più elevato per effetto della maggiore concentrazione di imprese nelle fasce di fatturato più alte.

La CORE rappresenta una soluzione pragmatica rispetto ai tentativi precedenti di introdurre risorse proprie legate alla tassazione delle imprese. Il Pillar one dell’accordo OCSE/G20 – che avrebbe riallocato parte dei diritti di tassazione verso i paesi di mercato per le multinazionali con fatturato superiore a 20 miliardi e margine di profitto oltre il 10 per cento – non è mai stato approvato. La proposta BEFIT (Business in Europe: Framework for Income Taxation), presentata nel 2023 e mirata a una base imponibile consolidata per i grandi gruppi UE con ricavi superiori a 750 milioni, ha incontrato la resistenza di diversi Stati membri.

La scelta del fatturato come riferimento per l’applicazione del prelievo presenta vantaggi sul piano della semplicità amministrativa – essendo determinato a partire dai dati di bilancio già standardizzati a livello europeo e internazionale – e riduce i rischi di elusione fiscale.

Tuttavia, alcune caratteristiche della struttura del prelievo meritano attenzione nella valutazione complessiva della misura.

La struttura forfettaria per fasce di fatturato genera un effetto regressivo: l’aliquota effettiva diminuisce al crescere dei ricavi all’interno di ciascuna classe. Le imprese con fatturati molto elevati pagano proporzionalmente meno rispetto a quelle posizionate nella parte bassa della stessa fascia. Questo effetto è accentuato nei paesi – come Lussemburgo, Irlanda e Germania – dove è più elevata la quota di imprese con fatturato pari o superiore a 750 milioni.

Poiché il prelievo è commisurato al fatturato e non all’utile, la CORE può colpire anche società in perdita. Con riferimento alla platea dei contribuenti stimata per l’Italia, l’impatto varia significativamente a seconda della redditività media settoriale: nel commercio – caratterizzato da margini ridotti – l’aliquota implicita sull’utile lordo risulta circa di tre volte e mezza superiore rispetto a quella di settori con elevata marginalità, come i servizi mobiliari e professionali. Le imprese in perdita risultano particolarmente concentrate nella manifattura e negli altri servizi.

La CORE si configura come una forma di tassazione basata sul mercato di destinazione: colpisce le vendite effettuate in ciascuno Stato membro, indipendentemente da dove vengano contabilizzati i profitti. Questo approccio la rende sostanzialmente immune alle pratiche di profit shifting, supera la necessità di rinegoziare le convenzioni bilaterali contro la doppia imposizione e si distingue sia dall’IVA — che è un’imposta sul valore aggiunto di tutte le imprese — sia dalla Digital Services Tax (DST) del 2018, limitata alle grandi multinazionali digitali.

Per le grandi multinazionali europee già soggette alla Global Minimum Tax (15 per cento) e, in alcuni paesi, alla DST, la CORE si somma ai prelievi esistenti. Il cumulo degli oneri fiscali potrebbe incidere sulla competitività delle imprese europee rispetto ai concorrenti di paesi terzi non esposti alle stesse misure.

Alcune considerazioni emergono anche con riferimento alle altre nuove risorse proprie proposte.

Appare ragionevole destinare al bilancio della UE le entrate derivanti dal meccanismo di adeguamento del carbonio alla frontiera, considerato che esso opera in un ambito, quello della politica commerciale, che rientra tra le competenze esclusive dell’Unione e data l’esistenza di un collegamento tra esternalità economiche che travalicano i confini nazionali e la gestione di una politica comune di sostenibilità ambientale.

Quest’ultimo aspetto rende condivisibile un’analoga destinazione integrale al bilancio UE anche delle entrate provenienti dal meccanismo ETS. Tale valutazione deve tuttavia essere contemperata con la necessità di considerare, oltre agli obiettivi di decarbonizzazione, anche gli impatti distributivi derivanti dagli aumenti del prezzo dell’energia su famiglie e imprese, che richiederebbero di destinare parte delle entrate generate dai due meccanismi a finalità compensative.

Sotto il profilo dell’efficienza, l’obiettivo di entrambi gli strumenti è quello di internalizzare il costo delle esternalità climatiche. Sotto il profilo dell’equità, sarebbe invece opportuno che le entrate da ETS fossero finalizzate a compensare gli impatti distributivi derivanti da aumenti del prezzo dell’energia su famiglie e imprese, senza tuttavia attenuare gli incentivi alla riduzione delle emissioni e alla conversione verso tecnologie più sostenibili

L’esistenza di un vincolo di destinazione a favore della transizione energetica e della compensazione degli effetti distributivi dell’aumento del prezzo del carbonio è probabilmente più rilevante della stessa ripartizione delle entrate tra bilancio della UE e bilanci nazionali. L’esperienza passata mostra che le entrate generate dalle aste ETS non sempre sono state impiegate dagli Stati membri per finanziare investimenti finalizzati alla transizione energetica e alla trasformazione industriale verso produzioni più sostenibili, limitando l’efficacia del meccanismo nel promuovere il processo di decarbonizzazione. 

Non appaiono chiare le motivazioni che giustificano un diverso trattamento riservato ai sistemi di scambio di quote di emissioni ETS1 e ETS2.

Vi è, infine, incertezza sulle stime di gettito associate ai due meccanismi di carbon pricing in considerazione della marcata volatilità del prezzo del carbonio negli ultimi anni e l’eventuale introduzione di sistemi di carbon pricing anche da parte dei principali partner commerciali dell’Unione.

Per quando riguarda TEDOR e RAEE, le entrate effettive potrebbero differire da quelle stimate dalla Commissione europea. Nel primo caso, a causa di possibili variazioni nei comportamenti dei consumatori, coerenti con gli obiettivi di salute pubblica perseguiti dalla UE, qualora l’aumento dell’imposizione venga trasferito a valle sui prezzi finali; nel secondo caso, qualora si registrasse un progressivo aumento della quota di riciclo dei rifiuti elettronici, in linea con gli obiettivi di economia circolare e sostenibilità ambientale.

La proposta di QFP 2028-2034 ridefinisce l’architettura del bilancio della UE, intervenendo su tre profili principali: maggiore flessibilità nell’impiego delle risorse, semplificazione della struttura e delle procedure e rafforzamento del monitoraggio dei risultati.

Secondo la Commissione, la flessibilità è una caratteristica distintiva del prossimo bilancio; essa si articola su quattro livelli. Il primo opera attraverso la semplificazione dell’architettura (meno rubriche e programmi), che dovrebbe agevolare la riassegnazione delle risorse; il secondo prevede che circa il 25 per cento del contributo per ciascuno Stato membro nei PPNR resti non programmato all’avvio, venendo reso disponibile perlopiù dopo la revisione intermedia dei Piani nel 2031; il terzo razionalizza gli strumenti speciali, mantenendo due strumenti non tematici (flessibilità e strumento unico di margine) e, come unico tematico, la Riserva per l’Ucraina; il quarto introduce un meccanismo di crisi straordinario e temporaneo che, tramite debito comune, consente prestiti agli Stati membri fino a circa 350 miliardi (0,25 per cento dell’RNL della UE).

Il Parlamento europeo condivide l’obiettivo della flessibilità ma propone modifiche per limitare la possibile riduzione della prevedibilità degli stanziamenti. Il Parlamento europeo propone di ampliare lo strumento di flessibilità e di istituire una Riserva di solidarietà per le calamità naturali, ma chiede di reintrodurre la revisione intermedia del QFP (che la Commissione ritiene superflua data la maggiore flessibilità introdotta), di ridurre il margine di riallocazione delle risorse e di subordinare riprogrammazioni e mobilitazioni di riserve all’approvazione di Parlamento e Consiglio.

La proposta di QFP 2028-2034 interviene sulla semplificazione dell’architettura e delle procedure del bilancio della UE con l’obiettivo di ridurre la complessità dell’attuale ciclo di programmazione, accrescere l’accessibilità ai fondi e migliorare la trasparenza sugli interventi finanziati. Il principale elemento di innovazione è rappresentato dai PPNR, nei quali confluiscono le politiche a gestione concorrente, quali quelle per coesione, agricoltura, pesca, migrazione e sicurezza. La riorganizzazione comporterebbe il passaggio da circa 540 programmi nazionali nel QFP 2021-2027 a 27 Piani, uno per ciascuno Stato membro, cui si affiancherebbe un piano Interreg per la cooperazione territoriale a livello della UE. Tale assetto mira a ridurre sovrapposizioni, documenti di programmazione e processi di approvazione, rafforzando al tempo stesso la coerenza degli interventi con le priorità della UE.

I PPNR dovrebbero rafforzare il legame tra l’utilizzo delle risorse europee, il semestre europeo e le condizionalità relative allo Stato di diritto e alla tutela dei diritti fondamentali, prevedendo anche la possibilità di sospendere i pagamenti in presenza di carenze sistemiche degli Stati membri in tali ambiti. La programmazione è, inoltre, guidata dalle priorità trasversali della UE, tra cui gli obiettivi sociali, climatici e territoriali. Nel complesso, il modello mira ad accrescere la coerenza tra spesa europea e obiettivi strategici comuni e presenta elementi di continuità con l’RRF, attribuendo alle amministrazioni nazionali un ruolo centrale nel coordinamento di riforme e investimenti.

Allo stesso tempo, la proposta attribuisce rilievo al coinvolgimento delle autorità regionali e locali nella definizione, attuazione e monitoraggio dei PPNR, confermando i principi di partenariato, governance multilivello e approccio territoriale della politica di coesione. L’effettiva integrazione delle specificità territoriali dipenderà tuttavia dalle modalità di applicazione di tali principi e dall’esistenza di adeguate garanzie istituzionali e procedurali.

Inoltre, la proposta di QFP 2028-2034 prevede la creazione di un sistema unificato di accesso ai finanziamenti europei, volto a superare l’attuale dispersione delle informazioni su una pluralità di piattaforme e a migliorare la fruibilità dei dati per beneficiari, amministrazioni e soggetti esterni. Il punto di accesso unico, unito a servizi di assistenza tecnica maggiormente coordinati, dovrebbe ridurre i costi informativi, facilitare l’individuazione delle opportunità di finanziamento e rafforzare la trasparenza sull’utilizzo delle risorse.

Infine, la proposta introduce un quadro unitario di monitoraggio, con una forte riduzione degli indicatori di performance (da circa 5.000 a circa 900) e il consolidamento degli strumenti di rendicontazione in un’unica Relazione annuale sulla gestione e sui risultati.

La proposta di QFP 2028-2034 rafforza l’orientamento ai risultati del bilancio della UE, valorizzando e adattando il modello basato su traguardi e obiettivi verificabili sperimentato con l’RRF. Tale impostazione trova la sua principale declinazione nei PPNR della Rubrica I, relativi in particolare alle politiche di coesione e agricole. L’erogazione delle risorse sarebbe, infatti, perlopiù subordinata al conseguimento di risultati concordati ex ante, riferiti sia agli investimenti sia alle riforme.

Il nuovo sistema prevede un riorientamento dal rimborso dei costi sostenuti e dalla regolarità procedurale verso la capacità degli interventi di produrre risultati verificabili, coerenti con le priorità strategiche della UE. A tal fine, la proposta prevede l’utilizzo di indicatori comuni, criteri per la valutazione del conseguimento dei risultati e modelli standardizzati di rendicontazione, con l’obiettivo di assicurare maggiore omogeneità e comparabilità tra Stati membri.

L’impostazione proposta presenta potenziali benefici in termini di trasparenza, responsabilizzazione degli attori istituzionali e rafforzamento del legame tra risorse impiegate e risultati conseguiti. L’inclusione delle riforme accanto agli investimenti potrebbe inoltre accrescere il coordinamento tra politiche nazionali ed europee, avvicinando il funzionamento del bilancio della UE alle logiche del semestre europeo e del coordinamento delle politiche economiche.

L’applicazione di questo modello a politiche come coesione, sviluppo rurale e agricoltura richiede tuttavia una programmazione particolarmente accurata. In tali settori, i benefici delle politiche della UE potrebbero manifestarsi in tempi lunghi, attraverso canali indiretti o dipendere da fattori esterni, come le condizioni climatiche e l’andamento dei mercati. Ne deriva l’esigenza di definire traguardi intermedi, indicatori e meccanismi di monitoraggio coerenti con le caratteristiche degli interventi.

Il coinvolgimento delle autorità regionali e locali nella programmazione, gestione e verifica dei risultati dei PPNR potrà contribuire a rafforzare il radicamento territoriale degli interventi e la capacità di cogliere le specificità locali. In mancanza di un adeguato coinvolgimento, il nuovo assetto potrebbe incidere sugli equilibri istituzionali, concentrando la fase attuativa nel rapporto tra Commissione europea e autorità centrali.

Inoltre, l’adozione di sistemi orientati ai risultati richiederanno competenze elevate e adeguati strumenti di accompagnamento. Come evidenziato nel recente Rapporto sulla politica di bilancio 2026 dell’UPB, l’esperienza del Piano nazionale di ripresa e resilienza mostra che gli investimenti in digitalizzazione e capacità amministrativa effettuati dagli enti locali possono produrre effetti positivi, anche sulle procedure di appalto, ma il loro consolidamento dipenderà dalla capacità di trasformare strumenti e pratiche sviluppati negli ultimi anni in un rafforzamento stabile dell’amministrazione ordinaria.

Sulla base dell’analisi contenuta nell’audizione, possono essere formulate alcune considerazioni di carattere generale.

A fronte dell’ampliamento delle priorità, la dimensione complessiva del bilancio della UE resta limitata. Al netto dei rimborsi del debito NGEU, le risorse risulterebbero sostanzialmente stabili in termini reali rispetto al quadro vigente, determinando una riallocazione interna della spesa, in particolare a svantaggio delle politiche tradizionali a gestione concorrente. D’altro canto, i PPNR potrebbero favorire una maggiore integrazione tra politiche, un più forte orientamento ai risultati e una migliore capacità di adattamento agli shock.

Il rafforzamento del ruolo del bilancio europeo richiederebbe risorse e meccanismi di finanziamento coerenti con le nuove priorità, anche attraverso il ricorso strutturale a strumenti di debito comune per investimenti europei di lungo periodo.

La semplificazione dell’architettura di bilancio, la riduzione dei programmi, il punto di accesso unico e la razionalizzazione del monitoraggio possono contribuire a ridurre gli oneri amministrativi ma occorre monitorare sui costi di transizione. Il nuovo assetto del bilancio della UE dovrebbe portare benefici nel medio termine in termini di minori costi amministrativi. Nel breve termine, occorrerà evitare che vi siano costi di transizione, connessi all’adeguamento delle strutture, alla formazione del personale e alla possibile coesistenza di vecchie e nuove procedure. I benefici dipenderanno dalla capacità delle amministrazioni di adattarsi al nuovo quadro, soprattutto nei contesti con minore capacità istituzionale.

Il nuovo assetto richiederà un rafforzato coordinamento tra amministrazioni centrali, autorità regionali ed enti locali lungo l’intero ciclo di programmazione, al fine di preservare la dimensione territoriale delle politiche comuni e garantire prevedibilità per beneficiari, territori e settori interessati.

Infine, il nuovo quadro potrebbe porre questioni di equilibrio istituzionale. Il rafforzamento del ruolo della Commissione e il maggiore ricorso a strumenti flessibili richiederebbero un corrispondente rafforzamento dei meccanismi di indirizzo e controllo democratico, anche mediante un ruolo maggiore del Parlamento europeo nelle fasi di monitoraggio e valutazione.

Nel complesso, la proposta della Commissione rappresenta un’evoluzione positiva verso un bilancio più orientato agli obiettivi comuni. Per rispondere in modo efficace alle sfide attuali e future, sarebbe tuttavia necessario rafforzare la capacità finanziaria del bilancio della UE, la prevedibilità delle risorse per le principali politiche comuni e i meccanismi istituzionali di decisione, gestione e controllo della spesa.