Comunicati stampa

Il Rapporto sulla politica di bilancio dell’UPB

 

 

ITALIA PIÙ CREDIBILE SULLA FINANZA PUBBLICA, PERMANGONO NODI STRUTTURALI DA AFFRONTARE
DAL PNRR SOSTEGNO IMPORTANTE ALLA CRESCITA
ORA È IL MOMENTO DELLE SCELTE SU PRIORITÀ DI INTERVENTO E DI SPESA

 

10 giugno 2026 | L’Ufficio parlamentare di bilancio ha presentato oggi, nella Sala del Refettorio della Camera dei deputati (Palazzo del Seminario), il Rapporto sulla politica di bilancio 2026, con la Relazione della Presidente Cavallari e gli interventi dei Consiglieri Valeria De Bonis e Giampaolo Arachi. Il documento analizza l’evoluzione dell’economia e della finanza pubblica, quale contributo al confronto istituzionale e alla valutazione degli impatti delle principali politiche economiche e di bilancio.  

Il Rapporto presenta gli aspetti più rilevanti dell’economia e della finanza pubblica, analizzando il quadro macroeconomico internazionale e nazionale, l’evoluzione del debito pubblico e dei principali aggregati di bilancio. Inoltre, il Rapporto quest’anno presenta approfondimenti sull’affidabilità delle previsioni macroeconomiche e di finanza pubblica, sugli impatti del PNRR sulla crescita e sull’efficienza della Pubblica Amministrazione, oltre a un’analisi degli effetti sui rendimenti dei titoli di Stato di “sorprese” sugli andamenti dell’economia e della spesa pubblica.

La Relazione della Presidente Cavallari ha illustrato le principali evidenze contenute nel Rapporto sulla politica di bilancio, analizzando le implicazioni dell’attuale contesto internazionale e delle grandi transizioni sulle prospettive di crescita del Paese e sulla sostenibilità di medio-lungo periodo del debito.

Di seguito, un estratto dei principali punti affrontati nel Rapporto e nella Relazione della Presidente dell’UPB.

L’Italia con accresciuta credibilità dei conti pubblici, ma restano vulnerabilità strutturali

L’economia italiana affronta il deterioramento del quadro internazionale da una posizione di accresciuta solidità dei conti pubblici. La prudenza che ha caratterizzato la politica di bilancio degli ultimi anni ha rafforzato la capacità del Paese di assorbire shock esterni, migliorando il merito di credito sovrano e contenendo la percezione del rischio sui mercati. Tuttavia, il contesto è fragile a causa dello scenario geopolitico internazionale, il debito pubblico è ancora elevato e rimangono modesti i margini di bilancio per affrontare shock esterni e nuove priorità. Nel sistema economico italiano restano numerosi i nodi da sciogliere. È necessario affrontarli per affiancare alla stabilità nuove e necessarie leve di crescita.

Guerra in Medio Oriente pesa sul PIL Italia: -0,3 punti percentuali nel 2026, -0,4 nel 2027

I conflitti e le altre tensioni geopolitiche rappresentano il principale fattore di rischio per lo scenario macroeconomico. Le nuove simulazioni dell’UPB stimano che la guerra in Medio Oriente, rispetto alle previsioni pre-guerra dello scorso febbraio, comporti una riduzione della crescita del PIL pari a 0,3 punti percentuali nel 2026 e a 0,4 punti nel 2027 e un aumento dell’inflazione di 1,4 punti percentuali quest’anno e 1,1 punti il prossimo. Lo shock energetico conferma, inoltre, una vulnerabilità strutturale dell’economia italiana e rafforza la necessità di accelerare il percorso di transizione energetica, che può diventare una leva di competitività e innovazione.

La credibilità del percorso di riduzione del debito è la prima difesa da shock esterni

Mantenere un percorso credibile di riduzione del debito pubblico è essenziale per evitare che shock esterni si traducano in un deterioramento delle condizioni di finanziamento. La sostenibilità del debito rappresenta una condizione necessaria per preservare la fiducia dei mercati, contenere il costo del capitale e rafforzare la stabilità finanziaria. Soprattutto in uno scenario caratterizzato da elevata incertezza, il consolidamento dei conti pubblici continua a rappresentare il principale presidio contro gli shock esterni.

Più affidabili le previsioni macroeconomiche e di finanza pubblica dal 2014

Le analisi dell’UPB evidenziano che, dopo le riforme del ciclo di bilancio introdotte nel 2014, tra cui l’istituzione dell’Ufficio, le previsioni macroeconomiche e di finanza pubblica contenute nei documenti programmatici sono divenute più affidabili. La riduzione degli scostamenti tra previsioni e risultati effettivi ha contribuito a rafforzare la prevedibilità della politica di bilancio e la credibilità del quadro programmatico presso operatori economici e mercati finanziari.

Le previsioni concorrono a orientare le scelte d’investimento dei mercati: le “sorprese” negative sulla spesa pubblica aumentano il costo del debito

L’andamento dei mercati finanziari risente degli scostamenti dei principali indicatori congiunturali rispetto alle aspettative degli operatori e delle novità sul quadro di finanza pubblica rispetto alle previsioni ufficiali. Una riduzione dei consumi pubblici superiore a quella programmata dal Governo può tradursi in un abbassamento della curva dei rendimenti (nella media delle scadenze tra il breve e il lungo termine) dei titoli di Stato, raggiungendo una diminuzione di circa 30 punti base dopo due anni. La stima evidenzia quanto la credibilità e qualità delle previsioni del Governo incidano sul costo di finanziamento del debito pubblico.  

Il PNRR continua a rappresentare uno dei principali motori della crescita italiana

Secondo le simulazioni dell’UPB, le misure addizionali del PNRR contribuirebbero alla crescita del PIL dell’anno in corso per mezzo punto percentuale. L’impatto del PNRR sul livello del PIL (il valore, da distinguere dal tasso di crescita) sarebbe invece pari a circa 1,8 punti percentuali nel 2026. Negli anni successivi, il graduale riassorbimento dell’impulso di spesa ridurrebbe l’impatto del Piano, che si attesterebbe all’1,1 per cento del livello del PIL nel 2030. Investimenti pubblici a elevato grado di efficienza e complementarità con il capitale privato potrebbero avere effetti rilevanti sul livello del PIL ben oltre la conclusione del Piano, fino al 2,6 per cento di PIL al 2030. Tali stime considerano gli investimenti addizionali, ossia quelli che non erano previsti nella legislazione vigente ante-PNRR. Inoltre, a parità di disavanzo, alcune delle misure addizionali del Piano sarebbero verosimilmente state realizzate o sostituite da investimenti alternativi anche in assenza del PNRR, contribuendo comunque alla crescita.

Il PNRR ha migliorato l’attività di affidamento di lavori dei Comuni

La trasformazione procedurale del Piano si manifesta soprattutto attraverso maggiore velocità nell’affidamento di lavori (-32 giorni in media per le procedure PNRR), più aggregazione (+17,8 per cento) e una diversa composizione del mercato con una maggiore presenza di piccole e medie imprese (+13 per cento). Tali risultati sono in parte spiegati dalle caratteristiche interne delle Amministrazioni e, in particolare, dalle competenze operative direttamente legate all’esperienza nell’attività di affidamento. Le evidenze ancora preliminari relative all’impatto della digitalizzazione impressa dal PNRR sulla capacità amministrativa dei Comuni suggeriscono possibili effetti persistenti. Emergono segnali di una maggiore concorrenzialità anche nelle procedure non finanziate dal PNRR, con incremento del 22,4 per cento delle offerte (+0,4 offerenti) e ribassi di aggiudicazione più elevati di 0,8 punti percentuali, ma affidamenti meno rapidi (+12 giorni). Il lascito effettivo del Piano dipenderà dalla capacità di trasformare strumenti e pratiche sviluppate in questi anni in un rafforzamento stabile dell’amministrazione ordinaria: competenze tecniche, infrastrutture digitali, cooperazione sovracomunale e capacità di monitorare l’intero ciclo delle opere. La sfida sarà trasformare gli investimenti in un aumento permanente della produttività e del potenziale di crescita ed evitare che l’esaurimento delle risorse del Piano si traduca in un rallentamento delle riforme.

Crescita 2025 moderata, il nodo resta la scarsa produttività che deve rafforzarsi per sostenere il sistema

Nel 2025 il PIL italiano è cresciuto dello 0,5 per cento, meno della media dell’area euro per il secondo anno consecutivo. L’occupazione è aumentata di 180.000 unità e il tasso di disoccupazione è sceso al 6,1 per cento, ma permangono criticità strutturali: la popolazione in età lavorativa si è ridotta di oltre 70.000 persone nell’ultimo anno e gli inattivi restano oltre 12 milioni, due terzi dei quali donne. In un contesto di rapido invecchiamento demografico, la crescita dell’economia dipende sempre più dall’aumento della partecipazione al lavoro e dalla valorizzazione del capitale umano.

La crescita del 3,1 per cento delle retribuzioni contrattuali nel 2025 ha favorito un recupero del potere d’acquisto ma, in termini reali, le retribuzioni orarie di fatto rimangono inferiori di oltre l’8 per cento rispetto ai valori medi del 2020. Il nodo di fondo resta la produttività: senza un suo aumento più significativo sarà difficile sostenere nel tempo redditi, competitività, welfare e finanza pubblica.

Deficit sotto il 3 per cento dal 2026, ma la spesa per interessi torna a salire

Nel 2025 il deficit delle Amministrazioni pubbliche è sceso al 3,1 per cento del PIL (dal 3,4 per cento del 2024), risultando inferiore di 0,2 punti rispetto all’obiettivo del Piano strutturale di bilancio. L’avanzo primario è salito allo 0,8 per cento del PIL (dallo 0,5 per cento) e la crescita della spesa netta è stata sopra ai limiti stabiliti dalla UE ma per la Commissione europea l’Italia ha nel complesso rispettato le regole. Secondo il Documento di finanza pubblica 2026, il deficit scenderebbe al 2,9 per cento nel 2026, ponendo le basi per l’uscita dalla procedura per i disavanzi eccessivi nel 2027, e, a legislazione vigente, diminuirebbe lungo l’orizzonte di previsione, fino a raggiungere il 2,1 per cento nel 2029. La spesa per interessi, stabile al 3,9 per cento del PIL nel 2025, è però attesa in aumento fino al 4,5 per cento nel 2029, per effetto del rialzo dei rendimenti. Indicazioni programmatiche sulla prossima manovra sarebbero state opportune nell’ambito del DFP, considerato soprattutto il rischio di mancato rispetto del limite della crescita della spesa netta nel 2027 riportato nelle stime ufficiali.

Debito in salita nel 2026 e in calo dal 2027, il sentiero resta esposto a rischi al rialzo

Il rapporto debito/PIL è aumentato al 137,1 per cento nel 2025 (+2,4 punti rispetto al 2024) e dovrebbe raggiungere il 138,6 per cento nel 2026, per poi scendere gradualmente nel 2027 e fino al 136,3 per cento nel 2029. La riduzione del 2027 resta però legata al conseguimento degli obiettivi connessi alla dismissione di asset pubblici e alla riduzione delle disponibilità liquide del Tesoro. In uno scenario avverso, caratterizzato da prezzi energetici più elevati e minore crescita, il debito potrebbe salire fino al 140 per cento del PIL nel 2026. Nel medio periodo, le proiezioni dell’UPB indicano che il rapporto debito/PIL continuerebbe a ridursi, ma a un ritmo meno marcato rispetto al Piano strutturale di bilancio: dopo il picco del 2026, si collocherebbe al 135,4 per cento nel 2031 e al 123,8 per cento nel 2041, circa 10 punti al di sopra di quanto previsto dal Piano.

Fisco, aumentano le disparità fra tipologie di reddito e resta elevata l’evasione

L’accresciuta progressività dell’Irpef sui redditi di lavoro dipendente e l’ampliamento dei regimi sostitutivi ad aliquota piatta allontanano l’obiettivo di graduale perseguimento dell’equità orizzontale. Il rafforzamento degli strumenti digitali in ambito fiscale ha contribuito a limitare le opportunità di evasione e a favorire l’adempimento spontaneo. Secondo il DFP nel 2025 l’attività di recupero ha raggiunto 36,2 miliardi, ma l’Italia continua a presentare uno dei più bassi livelli di fedeltà fiscale dell’Unione europea. Permangono rilevanti fenomeni di evasione dell’Irpef da lavoro autonomo, inefficienze nella riscossione delle Amministrazioni locali e ampi margini di miglioramento nell’analisi dei dati per individuare i rischi di evasione.

Agevolazioni alle imprese da riordinare, attivare la leva fiscale come reale strumento di crescita

Il sistema delle agevolazioni alle imprese si è progressivamente stratificato in un quadro complesso e disorganico che richiede un riordino orientato alla stabilità e all’efficacia degli interventi. Occorre individuare criteri chiari per selezionare gli investimenti meritevoli di sostegno, concentrando le risorse nei settori strategici e a favore delle imprese con minore capacità di investimento, evitando la dispersione delle risorse pubbliche ed eccessivi oneri amministrativi per le aziende. Il riordino degli incentivi dovrebbe essere accompagnato da una revisione della fiscalità d’impresa coerente con i principi della riforma fiscale. Favorire il reinvestimento degli utili, la patrimonializzazione e l’innovazione tecnologica consentirebbe di utilizzare la leva fiscale come strumento di crescita economica, rafforzando competitività e capacità di innovazione senza compromettere la neutralità del sistema tributario.

Transizione demografica ed energetica: urgente governare i cambiamenti strutturali

La popolazione in età lavorativa continua a ridursi e le spese legate all’invecchiamento – pensioni, sanità e assistenza – sono destinate ad aumentare fino a raggiungere il picco intorno al 2040. Governare la transizione demografica richiede una più ampia partecipazione al mercato del lavoro attraverso politiche in grado di valorizzare pienamente il capitale umano disponibile oltre che un’adeguata gestione dell’immigrazione. Al fine di garantire la sostenibilità della spesa e l’adeguatezza delle prestazioni nel medio-lungo termine, occorre preservare il legame tra età pensionabile e aspettativa di vita.

Parallelamente, la transizione verso un modello energetico sostenibile sul piano finanziario, strategico e ambientale costituisce una priorità per il Paese. L’Italia presenta ancora un’elevata dipendenza dalle fonti fossili importate e ritardi nell’elettrificazione, mentre l’alto costo dell’energia continua a gravare sulle imprese e sulle famiglie più vulnerabili. L’azione pubblica è chiamata ad accompagnare il processo di efficientamento energetico, favorendo investimenti e innovazione e mitigando gli effetti della transizione sui soggetti più vulnerabili.

Sbloccare il potenziale del Paese attraverso produttività, innovazione e capitale umano

La crescita potenziale rappresenta la vera sfida dell’economia italiana. Con margini di bilancio limitati e una demografia sfavorevole, la capacità di aumentare l’efficienza del sistema produttivo diventa il fattore decisivo per rafforzare la crescita e sostenere nel tempo redditi, competitività, welfare e sostenibilità dei conti pubblici. Al contempo, la competizione internazionale si gioca sempre più lungo la frontiera tecnologica. Il ritardo nell’adozione diffusa delle tecnologie avanzate rappresenta una delle principali fragilità del sistema produttivo italiano. Accelerare la diffusione dell’innovazione, inclusa l’intelligenza artificiale, costituisce una condizione necessaria per aumentare la produttività, sostenere i salari reali e rafforzare la competitività delle imprese.

La crescita della produttività passa anche attraverso il rafforzamento del capitale umano. Occorre favorire livelli più elevati di istruzione, una più diffusa alfabetizzazione scientifica e tecnologica e il potenziamento delle competenze professionali e digitali lungo tutto l’arco della vita lavorativa. L’investimento nelle competenze rappresenta uno strumento essenziale per aumentare la partecipazione al mercato del lavoro, sostenere l’innovazione e la competitività del sistema produttivo.

Nuovi obiettivi richiedono elevati investimenti e un maggiore coordinamento tra UE e Stati membri

Le grandi trasformazioni in atto – dalla sicurezza energetica alla competitività tecnologica, dalla difesa alla sicurezza economica – richiedono investimenti di dimensioni tali da non poter essere affrontati efficacemente dai singoli Stati. Perseguire questi obiettivi in modo frammentato o su scala ridotta rischia di essere molto costoso e meno efficace. Diventa quindi essenziale rafforzare il coordinamento europeo, finanziare beni pubblici comuni, potenziare le infrastrutture strategiche e mobilitare investimenti pubblici e privati coerenti con le nuove priorità.

Necessario agire attraverso la selezione delle priorità di intervento e di spesa

La stabilità finanziaria rappresenta una condizione essenziale per favorire la crescita, ma da sola non basta. Inoltre, gli eventi in corso suggeriscono l’urgenza di costituire riserve di bilancio per far fronte a nuovi obiettivi e shock rilevanti. In un contesto caratterizzato da margini di bilancio limitati e da nuove esigenze di investimento, la sfida consiste nel selezionare con chiarezza le priorità, concentrare le risorse sugli interventi a maggiore impatto economico e sociale e orientare la programmazione verso produttività, innovazione, capitale umano e competitività. La qualità delle scelte sugli interventi e sulla spesa pubblica diventa un fattore decisivo per dare al Paese opportunità di crescita ed è questo il momento di farlo.